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 “Di razza, ma senza pedigree”? Purtroppo è una contraddizione in termini-di Valeria Rossi

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MessaggioTitolo: “Di razza, ma senza pedigree”? Purtroppo è una contraddizione in termini-di Valeria Rossi   Dom Mar 11, 2012 12:22 pm


di VALERIA ROSSI – Dài, era un po’ che non mi facevo maledire da nessuno: sentendone la mancanza, approfitto di una discussione su FB a cui ho appena partecipato (almeno la decima su questo tema, in pochi giorni…) per rimediare subito con questo articolo.
Vero è che l’argomento l’avevo già affrontato altre volte, ma solo di passaggio: adesso provo a dire qualcosa di oggettivo (non opinabile, non discutibile, non “a mio avviso”: oggettivo e basta) sull’argomento.
E cioé: il cane “di razza, ma senza pedigree” non esiste e non può esistere.
Punto.
Infatti il DM n. 22383 del 03/06/2003, che regolamenta le figure di allevatore e proprietario regolamenta le iscrizioni al Registro degli allevatori e così via, sostiene che “è considerato cane di razza pura quel soggetto di genealogia conosciuta in possesso di un certificato che ne attesti l’identità”.
E’ un decreto ministeriale. Insomma, è legge, almeno per questo Paese. Il cane di razza pura deve avere la carta d’identità (ovvero il pedigree) per poter essere definito tale, così come un cittadino italiano deve avere la carta d’identità per essere definito tale.
Ecco perché non può esistere il cane “di razza, ma senza pedigree”: perché è il pedigree a decretare la razza.
E questo è un dato di fatto sul quale non si può discutere: è così “perché sì”, come sempre quando si tratta di regole e di leggi vigenti in un Paese democratico.
D’altro canto, non è neppure vero che il cane definito “di razza, ma senza pedigree” sia un meticcio.
Perché un meticcio è, almeno tecnicamente, l’incrocio di due razze diverse.
Un cane senza pedigree, che però somiglia ad una tipologia ben precisa e non mostra alcun segno di meticciamento con altre razze, non è un meticcio, né un bastardino, né un cane fantasia o comunque lo si voglia definire: credo che la cosa migliore – in assenza di un termine più appropriato che però bisognerebbe inventare da zero, perché al momento non c’è – sarebbe definirlo “cane tipo collie”, o “tipo cocker”, o “tipo pastore tedesco”. Così si capisce che è fatto come quella razza lì, però non possiamo sapere nulla sulla sua ascendenza e quindi non possiamo dire che è di razza pura.

Detto questo… la discussione di cui parlavo all’inizio verteva su cani “tipo border collie” che una signora fa riprodurre regolarmente (e fa pagare un po’ meno di un cane di razza pura, ma non poi tanto meno), sostenendo che sono bellissimi e sanissimi e che nessuno può permettersi di chiamarli “meticci”.
Vero: ma neppure lei può permettersi di chiamarli “border collie puri ma senza pedigree”, perché questa è una contraddizione in termini.
E’ come dire “vendo televisore in 3D che però si vede a due dimensioni”. Oppure “vendo macchina fotografica digitale in cui però bisogna mettere il rullino”. O ancora (anzi, questo forse è l’esempio più pertinente): “Cerco lavoro come medico, però senza laurea”.
Non si può dire, non si può fare. E’ abuso di titolo. Solo che, se lo fa il “tipo medico”, va in galera: se lo fa l’allevatore, al massimo litiga su Facebook. Questo non significa che non abbia ugualmente torto marcio.
Il caso della signora, poi, è al limite del paradosso, tanto che ancora non ho ben capito se ci sia o ci faccia: perché le spara talmente grosse da far pensare o ad una vera ignoranza crassa, o ad una verve umoristica di primissimo piano, con la quale sta prendendo per i fondelli tutto il gruppo che ospita la discussione.
Certe affermazioni che fa, però, sono davvero curiose. Tipo: “Non accoppio mai in consanguineità”.
Ma cosa ne sai?
Se i tuoi cani non hanno pedigree, come fai a sapere che non sono fratelli pieni, o padri e figlie, o madri e figli?
Il pedigree serve esattamente a questo: a permetterti di selezionare conoscendo nomi e cognomi (ovvero affissi) di genitori, nonni, bisnonni e quindi, con qualche ricerca, anche di fratelli, sorelle, “cugini” e così via.
Ti permette di sapere se tra i figli del cane X ci sono stati, che so, dieci casi noti di displasia dell’anca: e di decidere che il cane X preferisci non usarlo perché hai seri dubbi che sia un portatore.
In altri casi, però, ti permette di conoscere anche il rovescio della medaglia: in un articolo di qualche giorno fa si parlava dell’esame per la spondilosi nel boxer, che ci permette di conoscere i cani miglioratori della razza da questo punto di vista.
La signora sostiene che i suoi cani siano “sanissimi”. Può darsi, anzi mi auguro che lo siano: ma del loro corredo genetico, cosa può sapere? Ovviamente nulla, perché non sa da dove arrivino e quindi non può sapere neanche dove vadano.
Ci sono alcune patologie particolarmente subdole che si presentano solo in casi particolari: per esempio quando si accoppiano due individui portatori sani di un carattere recessivo. Loro sono sanissimi, non vedi nulla, non sai nulla: ma se sbagli l’accoppiamento, zacchete, ti salta fuori la magagna.
A quel punto lì, se non hai in mano nulla che possa aiutarti a capire chi, come e perché l’abbia causata, sei in balia delle onde.
Certo, puoi sperare che non succeda più. Puoi evitare di ripetere lo stesso accoppiamento e sperare che un partner diverso non dia lo stesso problema. Ma tra “sperare” e “sapere” c’è un abisso di differenza.
E uno di quei cuccioli in cui si “spera” che non esista un certo problema, sinceramente, io non me lo prenderei neanche regalato: figuriamoci a pagamento.

Insomma, tra “accoppiare cani” e “allevare” in modo selettivo (che non significa fare i nazisti, come qualcuno crede, ma soltanto cercare di scegliere i partner giusti per dare alla luce solo cuccioli sani, tipici e di buon carattere), c’è – di nuovo – un abisso di differenza.
E sarebbe molto utile che oltre alla figura del cane “tipo razza X” si cominciasse a parlare anche di “accoppiatori” (o altro termine equivalente), anziché di “allevatori”, quando si parla di persone che appunto si limitano a mettere insieme un maschio e una femmina e a sperare in bene.
Non è neppure detto che “accoppiatore” sia per forza sinonimo di “cagnaro”, sia chiaro!
Perché il cagnaro, per definizione, è colui che alleva solo a scopo di lucro, infischiandosene altamente del benessere degli animali: l’accoppiatore può essere anche una persona che i suoi cuccioli li cura, li coccola, li segue meglio che può… magari seleziona perfino le famiglie a cui darli.
Però l’ allevatore rimane una figura diversa: una figura che dispone di scienza e coscienza, nonché di tutte le nozioni (e della passione, e della volontà) necessarie a fare selezione e quindi a cercare di migliorare il patrimonio genetico delle razze canine esistenti, cercando di eliminare (o almeno di ridurre il più possibile) le patologie genetiche.
E ovviamente… “I have a dream“: mi piacerebbe che fosse proprio l’ENCI a concedere il titolo di “allevatore”, e quindi l’affisso e il suo riconoscimento, soltanto a queste figure qua.
Gli accoppiatori potrebbero continuare a fare i loro cuccioli, ovviamente… però si darebbe un nome alle cose.
Un nome chiaro, ben definito e comprensibile a tutti, che permetterebbe a chiunque di identificare al primo colpo le varie figure, sia umane che canine.
Non ci vorrebbe mica tanto: e tutta la confusione che regna oggi in cinofilia verrebbe sostituita, gradualmente, da un po’ di chiarezza.
Ma immagino che resterà un sogno, perché finora l’ENCI ha fatto un percorso diametralmente opposto: ha istituito il famoso (si fa per dire) “Registro degli allevatori e proprietari”, nel quale l’”allevatore” è colui che iscrive almeno due cucciolate ogni tre anni, mentre il “privato” è “la persona fisica o giuridica proprietaria di soggetti iscritti al libro genealogico” (in pratica chiunque abbia cani con pedigree…e paghi la tessera, naturalmente!).

Qualcuno di voi (allevatori esclusi, ovvio) sapeva dell’esistenza di questo registro? Immagino di no, perchè queste informazioni (e in generale tutto quello che fa l’ENCI) le sanno solo gli strettissimi addetti ai lavori. Di comunicazione con il grande pubblico non si parla mai, nessuno se ne interessa, a nessuno frega nulla.
E così continuiamo in eterno a sentir parlare di “cani di razza senza pedigree”, di “allevatori amatoriali” che in realtà sono cagnari della peggior specie, di “criminali sfruttatori” che invece sono persone che adorano i loro cani e li amano più di se stessi, o quasi.
Già…sarebbe molto semplice, fare un po’ di chiarezza e aiutare anche la gente “normale” a capirci qualcosa: ma l’ENCI le cose semplici non le fa mai e preferisce comportarsi come una casta ristretta, una elite settaria che si sente superiore al resto del mondo… mentre il resto del mondo, un po’ alla volta, le sfugge di mano e va allo sbaraglio senza nessuno che sappia spiegargli neppure l’ABC.
Ma se questo significa “tutelare il cane di razza e la cinofila”, allora io sto scrivendo davvero la Divina Commedia.

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